un DOLLARO per ciascuno

Da quando, più o meno all’inizio dell’anno, sono iniziate le restrizioni che regolano  l’acquisto di dollari per i cittadini argentini, si è sviluppato un mercato cambiario parallelo. All’inizio poca cosa, 20-40 centesimi di differenza sul valore ufficiale mantenuto quasi fisso dalle massicce vendite di dollari da parte della Banca Centrale. Poi, col tempo e l’inasprimento delle condizioni di acquisto, la differenza tra i due dollari, il verde e il blue, quello parallelo, è andata aumentando. Il cambio della valuta Usa alla data odierna, 30 agosto, è di 4,36 pesos per 1 dollaro. Nei primi tempi dell’introduzione delle restrizioni la compravendita si faceva per strada, lungo le pedonali Florida e Lavalle, nel Microcentro; i cambisti si avvicinavano alle facce da turisti e sussurravano dolaresdolares. Dopo l’intervento della polizia i cambisti sono svaporati come una goccia d’acqua nella steppa della Patagonia, ma, ovviamente, non hanno mollato l’osso del guadagno facile. Così che sono apparse le cuevas, le grotte, dove il dollaro blu si compra-vende come se si fosse in una banca. Non ci sono cartelli per strada ad indicarne l’ingresso, ma si sa che lì cambiano dollari. Si tratta di appartamenti, retrobotteghe, bar. I biglietti da 100 pesos sono ripiegati su sé stessi in mazzette da 10 banconote ciascuno, e poi legati con un elastico. In gergo, per la forma che assume il pacco di soldi, 5 mazzette, 5.000 pesos fanno un cubo; 10 mazzette, 10.000 pesos fanno un ladrillo, un mattone. Oggi, fine agosto, 1.000 dollari valgono la bellezza di 6.360 pesos, con una differenza del 50% sul valore del cambio ufficiale. E’ forse questo il tasso di inflazione annuale in Argentina?, il cui valore reale è tenuto gelosamente nascosto dall’Indec, l’istituto di statistica governativo, che dichiara percentuali decimali mensili. Se non è tanto, sicuramente ci si avvicina molto.

Per il turista che si affida al cambio ufficiale, comprando dollari negli aeroporti di arrivo, pagando con carta di credito o prelevando con Bancomat, l’Argentina è diventata una destinazione costosa. Alloggi e ristoranti sono ormai a livelli quasi europei, e dalle vetrine dei negozi, per timore di rappresaglie fiscali, sono scomparsi i cartelli che indicavano la disponibilità alla vendita di merce anche in valuta straniera: dollaro ed euro. Gli argentini, in compenso e più di prima, continuano nella ricerca dei biglietti verdi, che passano di mano attraverso un conoscente locale o un amico.

Per il valore del dollaro al mercato parallelo, basta cercare su Goole: dolar blue argentina.

credono nel PRESENTE

Quando visitai l’Argentina nel 2003, solo 2 anni dopo il quilombo, il patatrac dell’economia, non c’era ombra di traffico per strada nemmeno nelle ore di punta, molti negozi avevano le saracinesche abbassate e vari ristoranti preferivano tenere chiuso piuttosto che aspettare clienti che al momento avevano altre priorità nella vita. Vari medici si erano trovati un doppio lavoro per sbarcare il lunario mentre, per i pochi turisti che sfidavano la memoria delle immagini di scontri di piazza e saccheggi che le televisioni-avvoltoio avevano diffuso in tutto il mondo, una cena a base di carne accompagnata da rosso corposo e terminata con dolci ornati di dulce de leche e crema non costava più di una coppa gelato nella piazza di una città italiana.

Un paio d’anni più tardi il traffico era tornato quello di sempre, “adesso abbiamo i soldi per comprare la benzina”, mi spiegavano i dottori che, nel frattempo, avevano abbandonato il secondo lavoro. Le cene continuavano a costare come soddisfare un languore in un pomeriggio di sole e gli appartamenti in vendita, 100m2 nel cuore della Recoleta, più o meno come un garage in una città di provincia. Iniziava il boom edilizio di Puerto Madero dove, gli splendidi grattacieli con vista su Buenos Aires da un lato e sul Rio de la Plata dall’altro, entravano sul mercato immobiliari con prezzi quotati in dollari e nulla da invidiare a quelli di Manhattan.

Negli anni alcune cose hanno continuato a crescere: il traffico, i prezzi delle cene, il numero di grattacieli a Puerto Madero; mentre altre sono rimaste stabili: il sapore della carne, la qualità di un Malbec, l’inflazione ufficiale. Nella prima categoria, tra le altre, va menzionata anche la tendenza all’acquisto degli argentini, ma forse si tratta semplicemente di un ritorno al passato dopo anni di poco credito. Gli shopping center e le grandi avenidas del commercio brillano ormai da anni di prodotti sempre nuovi e offerte irrinunciabili. Sembra l’onda di un riflusso lontano, l’epoca del dame dos, quando “dammene due” era la frase più comune che si rivolgeva al commesso.

Un’altra Argentina, quella della soddisfazione meno immediata, ad esempio quella degli ospedali, dei trasporti e delle scuole, fatica, e molto, a crescere con questo passo dal ritmo così allegro.

Anche le aziende fornitrici di servizi cavalcano la frenesia dell’acquisto. Internet entra nelle case sempre più rapido, 6M con wifi costa pochi spiccioli più che il precedente contratto a 2M, e se la stessa azienda fornisce anche la tv, a Buenos Aires è via cavo, nell’offerta entra pure il decoder digitale sovvenzionato dallo Stato. Lo stesso Stato che, in vista della Copa América 2011, in programma in Argentina dal 1 al 24 luglio, vuole riempire le case di televisori HD prodotti nelle fabbriche di Ushuaia e sovvenzionati, anche loro, con pagamenti rateali a interessi esigui.

Tutti a tifare per la Selección di Messi & CO, convinti più che mai dell’importanza dell’Oggi.

TIMBRO sul passaporto

Avete in programma di rimanere in Argentina per più di 3 mesi, quelli concessi dal visto turistico? Ecco come si fa per rinnovarlo.

In arrivo dall’Europa, quando ci si presenta al controllo passaporti con quello bordeaux e oro della Comunità, i già pochi problemi per entrare nel Paese si riduco a quasi nulla. Morale: un bel timbro e uno scarabocchio a biro, da parte del funzionario di turno, che dice 90 dias. Novanta giorni di lavoro, di viaggi, di pancia al sole e bistecche giù nella pancia, ciascuno c’ha la vita sua; quando poi finiscono, per non incorrere in una multa e in un poco opportuno ritardo per pagarla all’aeroporto o al posto di frontiera, basta farsi mettere un altro timbro e il gioco è fatto. Le opzioni per il rinnovo sono due, o meglio una. La prima: si va all’ufficio di Migraciones e si proroga il visto per altri 90 giorni, dietro il pagamento di una imposta. La seconda: si compra una andata e ritorno con il Buquebus, il ferry che in poco più di un paio d’ore vi porta a Colonia, dall’altra parte del charco/pozzanghera (lo dicono loro, non lo dico io), in Uruguay; al ritorno un cortese funzionario vi regala altri 90 giorni.

I dettagli, che fanno la differenza e la scelta, me li spiega un funzionario di Migraciones da me interrogado al riguardo delle procedure burocratiche.

Bueno – mi dice da dietro un vetro coperto di ditate e di goccioline di saliva ormai secche – Vieni la mattina presto a prendere un numerito, ma vieni presto perché si distribuiscono solo 50 numeritos al giorno. Poi, con il tuo numerito, e i documenti che ti diamo noi per pagare la pratica, vai a fare il versamento in banca.

– In banca? Qui in Migraciones c’è una banca? – domando volteggiando un dito incredulo.

– Noooo, no papa, devi andare in una banca, a Retiro ce n’è una – mi risponde indicando un luogo alle mie spalle, circa 1 km alle mie spalle, 2 km andata e ritorno.

– E quant’è il costo della pratica?

– Circa 400 pesos (100US$).

Il dito incredulo, l’indice, è ormai in tasca, mentre si sta facendo forza il medio che, per educazione, rispetto e soprattutto convenienza rimane anch’esso in tasca; rispondo, quindi, usando l’espressione più marpiona che posso, mentre il tono mi s’abbassa in un bisbiglio di confidenza tra orecchie indiscrete.

Disculpáme, scusa sai, ma se con 220 pesos vado e torno da Colonia con il buquebus.

Mi sorride, esce dal vetro e mi s’avvicina tendendo il collo.

– … e non devi nemmeno stare tutto il giorno qui dentro ad aspettare sotto queste luci al neon di m… .

BarbarO come fulcro della NEOFIGURACION

Ricordo esattamente l’emozione che provai, oltre 8 anni fa, varcando la soglia del BarbarO: un misto di stupore e prorompente voglia di trasformarmi anch’io, come le opere che ammiravo, nell’autrice di tanta libertà e autenticità.

L’Europa è permeata di storia e cultura, ma nonostante abbia letto, studiato e conosciuto le opere di numerosi artisti del nostro continente, ciò che modificò, o meglio mi diede la coscienza di quanto già risiedeva dentro di me, e cioè il mio modo di sentire e percepire, avvenne a Buenos Aires.

Le opere dei pittori Noé, Deira, Macció e De la Vega squarciarono gli ultimi brandelli che mi rimanevano di una estetica convenzionale e mi infusero il coraggio di essere quale ora sono, mentre il BarbarO mi accolse come pittrice.
Tutto si muove attraverso uno strano sincronismo che, se sappiamo riconoscere, ci dà una sicurezza nell’incertezza totale della vita. Ci muoviamo senza schemi, camminando incontro alla realizzazione del nostro essere che non conosce un percorso tracciato ma riconosce momenti fondamentali: intuizioni che in un istante ci riempiono di luce e ci rimangono nella memoria come rocce alle quali aggrapparci nel momento in cui l’oblio rischia di dissolverci, vittime della nostra temporanea finitudine.
Ed ecco che nel mio cammino, nei numerosi viaggi a Buenos Aires, appaiono questi punti fermi nelle opere degli artisti della Neofiguración.

La Neofiguración o Pintura Neofigurativa è un movimento artistico della seconda metà del XX secolo, caratterizzato per il ritorno alla pittura figurativa in contrasto con l’astrazione, per quanto i neofigurativi trattino il tema in modo informale e espressionista. Il movimento, che si sviluppa sopratutto negli Anni 50 e 60,  sorge come reazione all’arte astratta seguita alla Seconda Guerra Mondiale.

La collezione più importante di Buenos Aires si trova sulle pareti del Museo de Bellas Artes che, nell’ambito del Bicentenario dell’Indipendenza Argentina (2010), ha organizzato una mostra sull’esplosivo quartetto protagonista di uno dei capitoli più significativi della storia dell’arte argentina della seconda metà del XX secolo”.

Noé, Deira, Macció e De la Vega cercarono di indagare sull’istituzione della pittura come ricerca di una nuova immagine che rappresenti l’uomo ed il suo contesto. Dice Jorge De la Vega del 1963: “Voglio che la mia opera colpisca lo spettatore con la stessa intensità con la quale si colpiscono tra loro parti di lui per quanto piccole siano. Una tassello di madreperla sopra una macchia. Un numero unito a una pietra. Una bestia orpello. Una chimera di fumo. Esseri che si misurano con il vuoto e uno specchio affinchè si guardino”. E continua Macció nel 1991: “Rappresentazione dell’uomo, però quale? Della sua origine, delle sue paure, della sua allegria, salendo dal profondo della sua anima dalla notte dei tempi, immagine che incomincia da un oscuro nucleo (come nell’arte) che solo la pittura può illuminare. Pittura come azione irrazionale alla ricerca della bellezza, questa cosa meravigliosa. Vita e Morte degli stili e degli schemi visuali”.

Con l’intento “di porsi davanti all’atto creativo in una attitudine totalmente spregiudicata”, Luis Felipe Noé apre nel 1969, stesso anno della mia nascita, in calle Reconquista 874 nel quartiere Retiro di Buenos Aires, il Bar o Bar, anche chiamato Bar Bar O, dove si riuniva con il gruppo di Neofiguración.

Nel 2003, al tempo del mio primo viaggio a Buenos Aires, amici argentini mi portarono al BarbarO, che nel frattempo si era trasferito poco distante, al 415 della calle Tres Sargentos. La magia che percepii tra quelle pareti fu unica, e proprio al BarbarO cominciai a sorprendermi e ad apprendere. Per me rappresenta un vero e proprio luogo di culto artistico, così ricco di sculture, quadri, pitture realizzate sulle vetrate, dal pennello di Macció e Noé, sui soffitti dei bagni. Si possono annoverare opere di Fontana, Libero Badi, Vicente Forte, ogni dettaglio è curato e mai casuale. Ma allo stesso tempo è un cafè porteño, tranquillo e dove tutti sono ben accetti, anche le colombe che a volte fanno visita ai tavolini fuori in strada.

Il BarbarO continua ad essere un punto di incontro di artisti e pittori, ogni sabato, all’ora di pranzo, qui si riuniscono per parlare d’arte, discutere e magari litigare quando si ha troppo vino tinto in corpo. In una di queste riunioni ho avuto il piacere di conoscere Macció e Noé. L’attuale proprietario del locale, Francisco, è un appassionato collezionista d’arte e profondo conoscitore della vita porteña, dell’esoterismo e della spiritualità. Nel 2007 mi invitò a fare parte, io unica italiana, del Manì, Movimiento Artístico Nueva Imaginación, quasi a suggellare questo luogo come pietra d’inizio della mia avventura artistica e personale a Buenos Aires.

Claudia Bellocchi

il sito del BarbarO

la pagina di Claudia Bellocchi

CENSIMENTO 2010, e l’Argentina si FERMA

Da un paio di giorni era ormai chiaro che mercoledì 27 ottobre 2010, giorno del Censimento, non ci sarebbe stato un cane per strada. “Dalle 8 alle 20 rimanete nelle case ad aspettare il censor“, “Non aprire al censor è come remare contro il progetto per una nuova Argentina” … Poi, alle 9 di mattino, mi citofona il portinaio: “Miguel scendi che c’è il censor“. Un tavolino nell’androne del palazzo e una ragazza sorridente che mi fa segno di sedere: il formulario tra noi. Come ti chiami, quanti anni hai, la data e il luogo di nascita, le dimensioni dell’appartamento. Hai il telefono in casa? Hai il frigo in casa? Il frigo! Hai lavorato più di un’ora la settimana passata? Vorrei ben vedere! Sei maschio o femmina? Scusa?! Scusa, ma devo chiederlo a tutti. Sto seduto meno di 3 minuti, 3 minuti. Poi è il turno della mia vicina di casa, e così via.

Fuori la primavera: sole caldo, non una nube in cielo, aria fresca. Tutto chiuso, nemmeno a Natale, nemmeno a Capodanno, pure la metropolitana, i bar, i kioskos che vendono caramelle e sigarette. Sino alle 20 tutto il Paese sprangato in attesa dell’Invasione degli Ultracorpi. L’Argentina ha perso un giorno di lavoro per sapere se ho, o non ho, il frigorifero in casa. Ebbene sì, ci sono famiglie che non ce l’hanno.

Aspetto positivo: in soli 3 minuti di un giorno qualsiasi sono entrato a fare parte della Storia statistica dell’Argentina. Ma poi, che ne faranno delle mie risposte, del frigorifero di Miguel? Non lo so con certezza, ma il mio frigo sarà mezzo pieno o mezzo vuoto a secondo di come lo si guardi, dato che dei dati ne avrà cura l’Indec, l’Istituto di Statistica che, da quando è stato occupato politicamente del governo in carica, è diventato uno strumento di propaganda dove i numeri sono un’opinione.

%d bloggers like this: